leparolehannogliocchi

Vedere è immergersi nel mondo, pensare è prenderne le distanze (Wim Wenders)
martedì, 27 ottobre 2009

Baarìa: Amar...cord

Baarìa, in dialetto siciliano Bagheria, il nome della città natale di Giuseppe Tornatore, ma anche quello dell’ultimo kolossal del cinema italiano. L’industria nostrana da tempo non vedeva proiettato un film da 25 milioni di euro. Un segno importante e una innovativa strategia di casting: comparse di lusso e televisive-Monica Bellucci compare per una manciata di secondi- protagonisti esordienti del grande schermo (Scianna e Madè)

Tanti soldi per tre anni di lavoro, dove il precissisimo Tornatore ricrea il suo “Amarcord”. Ha pensato e ripensato a quelle sequenze per raccontare la sua storia insieme a parte di quella italiana. Dal Ventennio fascista agli anni Ottanta. In questo arco di tempo, nasce e cresce Peppino Torrenuova e la sua famiglia, attorniata da quella più grande baariota.

L’imbonatore, Beppe Fiorello, la veggente Lina Sastri, l’attore strampalato Vincenzo Salemme e il resto del cast col pedigree. Tanti aneddoti, tante persone, tanti schizzi.

La regia si muove in modo imponente tra carelli e panoramiche proprio come se stessimo vedendo dall’alto Baaria e i suoi paesani, così come dall’alto la vede Peppino nella magica sequenza d’apertura. Le dissolvenze cadenzate sembrano proprio battiti di ciglia, divisioni tra un ricordo e l’altro. Il film della vita di Tornatore racconta quella società passata con la consolidata nostalgia poetica. Scatti mirabili come le capre che mangiano i libri, proprio loro simbolo dell’ignoranza, la famiglia che si rinfresca sul pavimento e il finale comosso. Ma sono momenti. Baaria sembra impressionista, nella convenzione pittorica, raccoglie i ricordi, le impressioni, gli attimi. Dei bozzetti bellissimi ma senza un disegno finale. Purtroppo, nonostante le due ore di film, ci si affeziona poco ai personaggi, per niente alla bellezza da “madonna catanese” di Margareth Madè. Un amarcord slegato e sfilacciato che scalfisce l’annunciato capolavoro dell’anno.  Fa spesso male annunciare prima, ciò che succedera poi. Ma non è colpa della flessibile strategia promozionale che con tanti volti permette un ottimo tour nelle diverse trasmissioni televisive.

Baaria dimostra che si possono fare anche i kolossal, che anche le mosche nelle trottole poi tornano a volare, ma la somma di grandi registi e cast, l’imponente budget e la serrata organizzazione non danno un risultato matematicamente prorzionato. L’amarcord del “peppuccio” nazionale, seppur ricorda che prima, pure senza cultura potevi avere una densissima coscienza politica, dimostra in negativo la legge di John Ford. Per fare cinema devi avere tre cose: “una buona storia, una buona storia, una buona storia”. Siamo sicuri che quella di Tornatore sia una buona storia, ma forse è stata raccontata per essere poco nostra e troppo sua.


postato da: LucaMarra alle ore 23:17 | link | commenti | commenti
categorie:
domenica, 11 ottobre 2009

[Back in times]Uomini che Odiano le Donne: ognuno ha diritto alla sua vendetta

C’è del marcio in Svezia. Un marciume cinematograficamente indagato da tempo da tanti autori scandinavi, nume tuelare Ingmar Bergman seguono Lars Von Trier, Tomas Vinterberg con gli scandali di “Festen”, e ora Denis Oplev col primo capitolo tratto dalla saga “Millenium” di Stieg Larsson: “Uomini che odiano le donne”.

 

 

La famiglia borghese come nucleo di persone e di segreti fetidi ricorre spesso in tutto il cinema nord europeo. Qui siamo sull’isoletta immaginaria di Hedestad, Henrik Vanger, magnate svedese, convoca Mikael Blomkvist, giornalista con carichi pendenti per diffamazione. Viene incaricato dal ricco Vanger di indagare sulla scomparsa di Harriet, sua nipote adorata e sospetta vittima per mano di familiari senza scrupoli. Lisbeth Salander sarà l’hacker goth punk che aiuterà il giornalista nella pericolosa ricerca della verità. Ad aspettarli il gelido male di una famiglia non tanto al di sopra di ogni sospetto.

 

Sa di “Seven” in salsa Cyber punk il primo kolossal svedese. Una durata extra, 150’ di un thriller scattante per la prima metà di pellicola. Si procede spediti verso una serie di indizi criptici e religiosi collegati a fonti bibliche e peccati molesti. Sullo sfondo emerge a colpi di fotoricerche lo spettro del nazismo che accenna al passato di eugenetica della Svezia, base filosofica per Hitler, e al presente scenario europeo dei “fascismi di ritorno”. Ma la politica lascia il passo a una figura di donna che tra androginia e passato oscuro si incarna in uno dei più personaggi letterari più belli della contemporanea letteratura di consumo: Lisbeth Salander. Interpretato da Noomi Rapace, naif, mai allieva di una scuola di recitazione, l’aiutante ipertecnologica di Blomkvist lo supera in spessore narrativo. Mikael è il solito giornalista in cerca di verità ma schiacciato dal potere. Una figura banalmente affascinante che se non scritta con innovazione, muore di usura. Lisbeth è la donna esteticamente antivichinga, volto spigoloso, infanzia torbida ma una forza d’animo e di femminilità che mette l’uomo davanti alle sue colpe. I maschi scelgono sempre di essere sadici, non ci sono spinte delle società che li determinano come cattivi. Ad imbarbarirli è il cuore nero e freddo della loro cattiveria, dell’odio di alcuni di loro per le donne.

Ognuno è responsabile delle proprie azioni anche di quelle che non riceverà in punto di morte.

Individualismo e società borghese sono messi alla forca ma implodono su un finale chiarificatore che trasforma un giallo ben congegnato in un film prolisso che si affretta a spiegare tutte le molteplici piste che aveva proposto. Dall’impulso cupo della cattiveria maschile a un obbligo razionale di spiegare qualsiasi cosa. Un salto violento di dimensione: da istinto a ragione, e uno spirito che non appartiene al noir e nemmeno a quello di un film completamente riuscito.

venerdì, 25 settembre 2009

"Vincere" Ma per davvero!

Questa recensione arriva in ritardo, ma per ragioni buone. Era in concorso per il premio "Scrivere di Cinema-Premio Alberto Farassino 2009"  organizzato dalla rivista on line mymovies.it, Associazione Cinemazero, pordenonelegge.it, Sindacato Nazionale Critici Cinematografici. Grazie a tutti voi che mi seguite e che mi votate, mi sono aggiudicato il Premio "dalla parte del pubblico" . Il quarto "titulo" in questo campo e una gioia come se fosse il primo.

Grazie Mille! Siete il carburante dei miei sogni.

Vincere: il “teatro” della Storia.

 

“Dio non esiste”. Il duce ancora socialista provoca la platea in un prologo quasi onirico. Ha già in canna le sue pallottole di retorica e provocazione che lo porteranno all’ascesa del regime. Ida lo ascolta tra il pubblico, ferita nel cuore e nel sorriso dal fascino dell’uomo, del politico deciso.

 

Ida Dalser è una giovane donna d’animo femminista che conosce Benito Mussolini negli anni della sua militanza socialista. Una passione fulminea. Diviene l’amante del Duce che aiuta anche finanziariamente per i suoi progetti. Nasce Benito Albino.

Allo scoppia della Grande Guerra, Mussolini si arruola abbandonando Ida e il loro bambino. Si sposa con Rachele Guidi che meglio incarna la dea del focolare. La Dalser passa tutta la vita cercando di “vincere”: far riconoscere suo figlio dal padre duce a costo della reclusione in manicomio.

 

L’ultimo lavoro di Marco Bellocchio non è solo un film. Ha la retorica dell’opera lirica, sembra una partitura di immagini con i movimenti del maestro senza bacchetta ma con macchina da presa e un ottimo compositore: Carlo Crivelli. Il piglio sonoro di “Vincere” è una traccia guida per tutte le due ore di film, confeziona creativamente un melò di storia pubblica e privata. L’amante segreta e perduta del Duce, il suo confine tra senno e pazzia, l’immagine e la forza soffocante del potere. Temi complessi come articolata è la forma che li avvolge. Non solo l’opera ma una rete di riferimenti artistici e comunicativi intricati come  il potere del fascismo. Arte futurista, cinegiornali, radio, cinema muto (Dreyer, Chaplin e il Christus di Giulio Antamoro) . Bellocchio non fa citazionismo ma integra in “Vincere” una serie di espressioni parti integranti del suo tutto cinematografico. Pur se mai esplicitato direttamente, nel film, nelle passionali  e robuste interpretazioni di Filippo Timi (Il Duce) e Giovanna Mezzogiorno (Ida Dalser) c’è il teatro. Il teatro non come mezzo, non come arte, ma come sopravvivenza.
In una delle sequenze più significative uno psichiatra si rivolge a Ida Dalser: « non è il momento di gridare la verità. È il tempo di essere attori».

Gli attori che imparano per mestiere a fingere e a mentire. Attori scelti dal duce, come Rachele Guidi che interpreta bene la donna protettiva, curatrice dei figli a colpi di dialetto romagnolo. Attori come coloro che, in quei tempi, sono costretti a mentire sottoscrivendo un partito che non li rappresenta solo per continuare a vivere e lavorare.  Tutto è una finzione e le verità sono prodotto di follia come quella che Ida ha sempre gridato con le lettere perché fermata dalle sbarre materiali di un manicomio e da quelle mentali di regime oppressivo.

“Vincere”: Il fascismo “teatro” della Storia, finzione e rappresentazione. La distanza tra l’immagine del potere e le sue verità, più soffocate che emerse.

 “Vincere” pur essendo equilibrato e mai fazioso (è una delle poche pellicole che affronta il passato socialista del Duce) risulta intensamente anti fascista. Smaschera con padronanza artistica come un regime possa insediarsi nelle vite e nel tempo. Ida Dalser probabilmente lo sapeva: «Il giorno comprende anche la notte». La notte della Storia.

 

Luca Marra


postato da: LucaMarra alle ore 18:39 | link | commenti (1) | commenti (1)
categorie:
mercoledì, 09 settembre 2009

Per viaggiare ora ci vuole il porto d'arte

Di seguito pubblico il comunicato di un evento curato da un mio carissimo amico e mentore: Antonio Benforte. Viaggiate con l'arte, con la musica dei superbi "Riso degli Stolti" e con la fantasia. Anche su Second Life.


 

 

               Con il patrocinio morale della Provincia di Napoli 

 

                                            

 I napoletani hanno il porto d’...arte

                    “Lo cunto de lu mare - Storie di viaggio”

   

Dopo il successo del marzo 2008, la collaborazione tra l’Associazione Whipart Onlus e CMM – Compagnia Marittima Meridionale ha dato vita, per il secondo anno consecutivo, alla collettiva d’arte contemporanea “Lo Cunto de lu mare”.

 Le “Storie di Viaggio” sono il tema affrontato quest’anno dagli artisti partecipanti, che esporranno le loro opere – dal 16 al 22 settembre 2009 – nella moderna e suggestiva cornice della Stazione Marittima di Calata Porta di Massa, nel porto di Napoli.

Sessantuno tra dipinti, sculture e fotografie, ma anche installazioni e tante opere realizzate con innovative tecniche miste racconteranno al pubblico “in partenza” la metafora dell’intimo viaggio dei  trentasette autori scelti tra coloro che hanno partecipato alle selezioni. A loro disposizione un’eccezionale ed insolita vetrina, tra navi in partenza ed in arrivo, con l’obiettivo di rendere l’arte fruibile anche al di fuori dei convenzionali spazi museali, in linea con le stazioni e le metropolitane dell’Arte.

Il vernissage della mostra si terrà mercoledì 16 settembre, a partire dalle ore 19. Tra i vari ospiti della serata, anche il duo musicale “Il riso degli stolti” e “Il trio della posteggia”.

E per un viaggio nel virtuale, la mostra “Lo cunto de lu mare - Storie di viaggio” sarà anche su Second Life presso la Torre dell’arte alla CSW Island.

 

Dal 17 al 22 settembre 2009 dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 20.00

Stazione marittima CMM- Calata porta di Massa, Molo 18 – Napoli

Ingresso libero

Info e catalogo su www.whipart.it 

 

postato da: LucaMarra alle ore 19:00 | link | commenti | commenti
categorie: arte, napoli, lo cunto de lu mare, porto darte, second lifewhipart
mercoledì, 19 agosto 2009

Volevo salutare

Questo blog difficilmente scrive “coccodrilli”. Mi dispiace per Bergman, Antonioni e tutti i grandi del cinema che se sono andati nel periodo vicino alla nascita di questo blog.

 

Stavolta il “coccodrillo come fa”? Il coccodrillo piange e non le sue lacrime storicamente false, ma rispettosamente vere. È  atipico vuole ricordare non una persona ma due che se sono andate in periodi brevemente distanti l’uno dall’altro.

Leparolehannogliocchi vogliono rendere modestamente omaggio a Tullio Kezich e Vincenzo Buccheri.

 

Due critici diversi per età e sguardo, due personalità culturali che hanno influenzato lo scrivere e di cinema e  anche me.

Tullio Kezich ho avuto il piacere di conoscerlo all’ultima Mostra del Cinema di Venezia. In una piccola e gremita Sala Volpi presentava “I Basilischi” di Lina Wertmuller che ha contribuito a produrre. Portai per tutti i giorni della mostra la mia pesante tesi sulla critica nella sacca festivaliera. Di solito, si rilegano tre copie della tesi di Laurea, io ne feci quattro perché ero sicuro che una dovesse avere un destinatario speciale pur non sapendo chi fosse. Quella sera mi diede subito la risposta, il destinatario che più desideravo. Kezich fu molto contento del dono della mia tesi, la mostrò contento anche alla Wertmuller. Promise che mi avrebbe scritto, non so, ma qualcosa mi dice che l’avrebbe fatto. Dopo questa emozione personale ricorderò del critico triestino il suo modo di scrivere. Colto e semplice, intriso di riferimenti letterari e di una visione globale di tutto il mondo dello spettacolo e della cultura. Era un grande cinefilo ma si preoccupava di non farlo trapelare superbamente nella scrittura e di comunicare autenticità e sguardo sulla sua passione. Una delle cose più belle che ho ascoltato, sin ora, sulla sua scomparsa è stato il ricordo di Giuliano Montaldo: “si dispiaceva se un film non gli era piaciuto”. È vero. Non era avvezzo alla stroncatura cattiva e compiaciuta come qualche suo collega più giovane e altezzoso fa, se il film non piaceva aveva il dovere di dirlo ma in cuor suo era dispiaciuto come se un figlio avesse smarrito la retta via. E non amava nemmeno stellette e pallini. Eh sì, era proprio parte della “resistenza”. Grazie a Kezich, un critico ricordi che scrive sempre su un suo amore e non un foglietto illustrativo. Mi permetto di citare Paolo D’Agostini e il suo doppio ricordo di Kezich sul suo blog: «Quello del recensore e del recensore/giornalista in particolare, a parte che i tempi non sono troppo favorevoli e incoraggianti, forse non è una professione. E’ una passione, forse è perfino un genere letterario e quindi quasi-creativo. Sta di fatto, però, che un’ipotetica scuola di avviamento a questa non-professione non potrebbe prescindere dal modello di Tullio Kezich.»

 

Vincenzo Buccheri era molto più giovane, strappato precoce alle nostre letture. Non l’ho conosciuto di persona, ma ho avuto il piacere di ascoltarlo più volte al festival della critica “RING” di Alessandria. Anche a lui devo la gioia di aver vinto il Premio "Adelio Ferrero 2008" con la recensione su “Il Divo”, Buccheri era nella giuria che ha deciso i premi. Un suo articolo in particolare ha contribuito a formare il mio sguardo. Lo lesse un mio bravo professore di Università, Arturo Lando, durante una lezione: “l’eta neobaricca. Note sul prodotto medio d’autore”, Brancaleone n°1, Ancora del Mediterraneo, Napoli. La sua categoria di “Medio(cre) autore” è stata illuminante.

Volevo salutare loro. Grazie. A noi, e al Cinema, mancherete.

 

postato da: LucaMarra alle ore 17:09 | link | commenti | commenti
categorie: cinema, autore, critica, critici, tullio kezich, vincenzo buccheri, volevo salutare
domenica, 02 agosto 2009

back in times: Cinema di (la) Classe

Francois Bégaudeau, professore di letteratura, attraversa la strada, saluta un collega ed entra a scuola. Sarà l’unica ripresa in esterno che vedremo in “La Classe”, sottotitolo “entres les murs” tra le mura, appunto.

 

Tratto dal diario di bordo di un anno scolastico dello stesso Bègaudeau, “La Classe” vince a Cannes nel 2008 battendo “Il Divo” e “Gomorra”. Racconta di Francois (Begaudeau in persona)  insegnante in una scuola del XX arondissement parigino. Un anno di immersione in un classe multirazziale, francesi, marocchini, maliani, varietà di etnie e varietà di punti di vista. Il taglio da profondo documentarismo del regista Lauren Cantet è molto equo, la macchina da presa coinvolge tutti e non esistono punti di vista predominanti. Tanti primi piani, nessun protagonista, nessuna storia privata, solo vite di insegnanti e alunni. Un distacco che non è freddezza giornalistica ma voglia di indagare nella famosa “palestra di vita”, la scuola.

 

Francois non è John Keating de “L’Attimo Fuggente” né Marco Tullio Sperelli di “Io speriamo che me la cavo” non è un mito, nè il professore del cuore che si ricorderà per sempre. Francois è un insegnante che fa il suo lavoro e mette a nudo le difficoltà di insegnare, ovvero educare dei ragazzi che non sono i tuoi figli, ma solo i tuoi alunni. “La Classe” mostra come possa nascere la gerarchia di potere in una società multietnica. I ragazzi sembrano disagiati, ma leggono Platone e a 14 anni, non capiscono giustamente perché si debba portare rispetto al professore, mentre lui può anche insultarti.

Un ritmo lento, una quasi coincidenza tra il tempo reale e quello del racconto, segno che per ascoltare, nella scuola, ci vuole tempo. E che il rispetto, in una società democratica, va ogni giorno discusso, interpretato, guadagnato anche se per la Costituzione è una condizione naturale. Ognuno degli studenti sa che “sta meglio ad essere se stesso” e che i professori talvolta possono ostacolare invece che valorizzare le loro identità perché loro stessi, gli educatori, crescono con coloro che devono aiutare a crescere. Poi, finito l’anno, si può pure non imparare niente. Sociologia in immagine e poesia disarmante insieme. Illuminante.

postato da: LucaMarra alle ore 19:34 | link | commenti | commenti
categorie: cinema, film, recensione, festival, critica, neorealismo, palma doro, la classe, cantet, parigi cannes 2008, back in times
lunedì, 27 luglio 2009

Coraline: caccia alle streghe della crescita

 

Non aprite quella porticina. È un imperativo che la piccola Coraline proprio non vuole sentire perché come tutti i bambini ha il coraggio di fare di testa sua.

11 anni, il cuore pieno di paura, il viso  che è un concentrato di stop motion e 3d avanzato,  Coraline è una bambina appena arrivata nella sua nuova casa. I genitori la sopportano a malapena, presi dalla carriera e dalla pigrizia. Nei viaggi solitari nella nuova dimora, la giovane inquilina scopre una porticina segreta. Si apre così un mondo desiderabile e speculare: stessi genitori ma preoccupati solo di lei, il prato più verde e il pranzo sempre ricco. Ma perché “l’altro padre” e “l’altra madre”, come li chiama Coraline, hanno bottoni al posto degli occhi? E perché vogliono cucirli anche a lei?

 

Andy Selick, già regista di “Nightmare Before Christmas” riprende a “giocare” con case di bambole e chiavi in salsa gotica e horror. Da un libro di Neil Gaiman, arriva in celluloide un film di animazione che è una sorta di antifiaba. È per bambini, ma colpisce al cuore gli adulti, ha un ritmo quasi lento e riflessivo (simile a Wall-e) e ha tinte horror  spinte per un film per ragazzi. Ma più di tutto questo, gli adulti sono un centro di riflessione illuminato dal coraggio di una contemporanea “Alice nel paese delle meraviglie”.

Una fiaba con un inserto di pessimismo e una sana inquietudine che rendono reale un film totalmente sintetizzato da stop motion, e occhialini 3d. Tra “Mago di Oz” e simpatici freak burtoniani, “Coraline e la porta magica” dimostra che il genere d’animazione ha superato le frontiere dei film per bambini; e con il massimo dell’artificio restituisce storie profonde, psicanalitiche, esistenziali. La possibilità del cinema di creare mondi nuovi ma anche di capire quelli esistenti.

postato da: LucaMarra alle ore 18:35 | link | commenti | commenti
categorie: cinema, film, critica, adolescenza, identità, cinema danimazione, 3d , stop motion, coraline e la porta magica
venerdì, 22 maggio 2009

Cannes: Lars e un film tutto suo

Mi scuso per la lunga inattività di questo blog. Spero, se ancora qualcuno mi legge, di ricevere perdono;)

 

 

In Francia si balla il Can-Cannes. È cominciato uno dei festival, sulla carta, più bello degli ultimi anni. Nomi fortissimi. Stavolta la crisi non giustifica nessuna assenza, come è accaduto a Venezia 65. Purtroppo non possiamo pronunciarci sui film, non siamo fortunati in fila sulla croisette.

 

Pare però che quest’anno sia il festival dei permalosi. Nessuno fa i film per nessuno.

La Bellucci non li fa per i giornalisti. Lars Von Trier li fa solo per lui. Francis Ford Coppola Cannes addirittura lo snobba, sparando a zero anche sulla nostra tv. Pur se con una parziale ragione, perché ha citato “Colpo Grosso” che ha smesso la sua gloriosa programmazione da decenni? Forse, il grande Francis, oltre a produrlo, il vino lo beve pure. E molto.

 

Monicà, alla francese, probabilmente si prende un po’ di rivincite. Giustificateo no, le critiche negative non si sopportano sempre. Più complesso è il caso Von Trier. Il Mourinho dei registi. Provoca da anni e nessuno lo vuole capire. “Antichrist” pare essere il suo ultimo prodotto di provocazione. Promosso con una scena di sesso tout court tra Willem Dafoe e Charlotte Gainsbourg, è giudicato dalla stampa il trionfo del disgusto. Quando glielo fanno notare lui dice “Faccio film per me. Non per il pubblico”. Astio d’inchiostro su tutte le testate. Ottimo modo per portare più gente verso un autore non proprio di “massa”.

 

Film per sé o per il pubblico? Un dilemma stravecchio, quello che gli intellettuali chiamano vexata quaestio. Chissà se anche “Le onde del Destino” l’aveva fatto per sè.  Quel suo capriccio ha avuto il plauso della palma d’oro.

Si ama o si odia, ma i suoi film lasciano segni quasi sempre, anche se “il grande capo” non graffiò molto. Però quando si ha qualcosa da dire, lo si dice sempre a qualcuno. Anche se si è convinti che lo si fa per se stessi. Credo che molti registi abbiano fatto film per sé stessi. Anche i meno antipatici in pubblico: Fellini, Lynch, Truffaut. Sono stati autori che dicendo qualcosa su di sé e per sé hanno lasciato un segno a tutti. Tutti ci facciamo attirare nella loro superbia d’autori. Come si resiste tre ore in una sala davanti a INLAND EMPIRE? La vita di Truffaut è fatta di “400 colpi” e tutti desideriamo averli ogni volta che riguardiamo il capolavoro della Nouvelle Vague. I grandi autori sono anche un po’ presuntuosi. Il cinema è un atto presuntuoso, dà un punto di vista, a volte lo impone. Puoi uscire dalla sala o spegnere il lettore dvd, ma la pellicola o il disco andranno sempre nello stesso verso.

 

Allora, il problema non si pone. Continuate a fare film per voi, usate la provocazione per fare antipatica promozione ma poi se il film vuole essere visto, si farà vedere.  La differenza fra i capricci autoriali e i film propriamenti detti passa anche da qui.

postato da: LucaMarra alle ore 00:21 | link | commenti | commenti
categorie: cinema, lars von trier, monica bellucci, mourinho, francis ford coppola, colpo grosso, antichrist, cannes 2009
domenica, 22 marzo 2009

The Wrestler: vince chi perde

 

Un colpo di tosse, una schiena di muscoli, capelli unti biondo sgualcito. L’occhio della macchina da presa non inquadra il viso del protagonista Randy "The Ram". Lo segue da dietro, segugio ossessivo sino a quando la luce di un camioncino non scopre l’espressione del lottatore.


Mickey Rourke è Randy "The Ram" o Randy "the Ram " è Mickey Rourke? Un’equivalenza che ha nutrito molte penne della critica e anche dei coloristi. The Wrestler, storia di un lottatore di wrestling in discesa, sembrerebbe essere la metafora di parte della carriera del sex symbol di “Nove settimane e mezzo”. Oltre il paragone cinema vita, una chiave comune è proprio il fisico del protagonista. Dall’ostentazione di un corpo a fini sensuali nel film di Lyne, a una mostra della carne umana al macero nel lavoro di Aronofsky, vincitore a Venezia. Spillatrici sulla pelle, taglierini pronti per sfregiarsi ad arte in una lotta tutta finta. Dall’altro lato del ring metaforico, Marisa Tomei: Cassidy. Spogliarellista a fine carriera che mostra le sue curve poco apprezzate per ragioni anagrafiche.

La carne deturpata di Randy, quella ostentata di Cassidy. Darren Aronofsky, riprende il suo lavoro sull’ossessione cominciato con “ π il teorema del Delirio” e “Requiem for a Dream”. E ancora: mette in scena piste sotterranee sul linguaggio cinema. Dietro un’affascinante e decadente storia su lotta e fallimento, combatte anche il match teorico su realtà e finzione. Il Wrestler si innervosisce se qualcuno lo chiama Robin, il suo vero nome. Il ring è “l’unico posto dove non si fa male” . Fra le corde è il numero uno, con le botte della vita è un dilettante. Ha dalla sua la voglia di ricominciare con una figlia trascurata, Evan Rachel Wood, ma il personaggio prevale sull’uomo. La realtà cruda perde e la realtà della finzione vince in una simbolica contreplongee, inquadratura dal basso, finale. Cassidy, nel privè di una table dance, ti sbatte il sedere in faccia ma fuori, con i clienti, non vuole che le si dica “ciao”. Ama il suo nome vero, Pam. I due si sfiorano ma rientrano nei loro mondi dello spettacolo. La finzione li fagocita. I wrestlers sono loro. Combattono con i loro ruoli sociali.


Qualche sequenza sembra ricordare Rocky ma qui non c’è vittoria, né Adriane che aspettano all’angolo. Assistiamo noi, come gli spettatori del wrestling, alla storia di un fallimento. Alla storia di un uomo, ma anche di una donna, che comprendono i propri limiti e soffrono. Antieroi della società dello spettacolo.

 

                                                                                                

martedì, 24 febbraio 2009

Benjamin Button e il “tempus fugit”

Più che “Forrest Gump”, “Ritorno al Futuro”. L’ultimo film di David Fincher, “Il curioso caso di Benjamin Button” è stato spesso paragonato al famoso film con Tom Hanks, col quale condivide lo sceneggiatore: Eric Roth. Ma Zemeckis ha anche diretto “Ritorno al Futuro”, i conti tornano. Chiaramente all’indietro.

Benjamin nasce alla fine del primo conflitto mondiale. Al posto delle guance paffute  pelle raggrinzita, no occhi vispi ma cataratte da ottantenne. Nasce vecchio, la vita all’indietro verso il ringiovanimento.  Adattato da un piccolo racconto di Francis Scott Fitzgerald, nasce un film fluviale  a firma di David Fincher con un Brad Pitt imbottito di effetti speciali e Cate Blanchett, leggiadra e brava come la ballerina che interpreta.


Se quindi Zemeckis e la sua famosa saga c’entrano è solo per dire che David Fincher si concentra sul tempo. Si spoglia dalle sue vesti di sperimentatore, di guardiano delle  ombre come in in “Zodiac” e “Alien 3” o di maestro del thriller: “Se7en”. Fotografia seppia, montaggio in flashback narrato da una anziana morente. Trionfo della classicità e fastidioso calligrafismo per confrontarsi con uno dei temi principe, con una delle domande di senso del cinema: il tempo. Seguendo il sentiero impervio di questa chiave di lettura, Benjamin Button è un film metacinematografico. Riflette sulla materia manipolata della settima arte, il tempo. Quello reale e quello della finzione. Ma per fortuna, o purtroppo, non è un film teorico, forse filosofico, forse poetico.


 

 

C’è un’indecisione di fondo, che non fa decollare questa pellicola corposa. Quasi 180 minuti ma solo gli ultimi ottanta sono davvero fecondi. Se il racconto ha come asse la citazione di Mark Twain che pressappoco dice “la vita sarebbe più bella se nascessimo a ottant’anni” a Twain potremmo rispondere con Leopardi: “O natura, natura, perché non rendi poi quel che prometti allora”. A benjamin la natura gli ha dato subito quello che si pensa sia il peggio, la vecchiaia. E’ nato vecchio, ma con la mente tabula rasa. Deve imparare a camminare sulle ossa fragili, ma i suoi pensieri non hanno artrosi e la sua mente freme per imparare. Ha davvero  tutta la vita davanti, perché il peggio lo ha subito superato.  Nonostante questa premessa fantastica, il tempo per lui cambia ma non l’ordine delle cose. Anche lui a metà della vita incontra l’amore e sa che potrà viverlo per poco. Ma questo conta lo stesso,  per lui, tutto ciò dura nella sua brevità. L’indecisione del film è un difetto ma anche la chiave . Possiamo perderci nel pessimismo più cosmico pensando che se anche il tempo andasse all’indietro non potremo comunque governalo e saremmo costretti alla caducità. Oppure, pensare che seppur il tempo è davvero una sorta di semidio materiale possiamo comunque afferrarlo e godere appieno delle occasioni, anche come dice Benjamin “di quelle mancate”. Pare che non importi se nascere freschi o cadenti, sembra più rilevante imbatterci in un messaggio forte della letteratura, un topos ancestrale, ovvero che la crescita  è davvero il nostro sentiero di scelte. Varcare linee d’ombra, porti di mare, o soglie di porte. La selva oscura di tutti gli uomini, comunque essi siano nati.

postato da: LucaMarra alle ore 01:13 | link | commenti (5) | commenti (5)
categorie: recensioni, cinema, film, critica, oscar, brad pitt, cate blanchett, david fincher, twain

Chi sono

Utente: LucaMarra
Nome: Luca Marra

Critica al quadrato: parole su parole. Commenti

Cinemasema in "Vincere" Ma per dav...
cinescopio in [Back in times]Uomin...

Partecipano

Lo sguardo di "leparole hanno gli occhi":

Occhio per occhio, mente per mente

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Categorie

100autori
3d
Lysbeth Salander

adolescenza
afterhours
alessio boni
alvaro caleca
american ganster
amici
ammaniti
amore
angelina jolie
antichrist
architettutura
aronofsky
arte
ascolto
autore
back in times
barbareschi
barry pepper
batman
batmobile
below the sea level
bene male
bettini
beverly hills 90210
blog
bloggers
blogosfera
bonolis
brad pitt
calcio
cannes
cannes 2009
cantet
caos calmo
carucci
cate blanchett
cd
cdfan
christopher nolan
cinebloggers
cinema
cinema danimazione
cinema italiano
classici
clint eastwood
clooney
cloverfield
colpo grosso
come dio comanda
comicon
conoscenza
contrasti
coraline e la porta magica
corazones de mujeres
creatività
critica
critici
cultura
cyberpunk
dark
david fincher
destra
diablo cody
discografia
disegni
e venne il giorno
elezioni 2008
elio germano
ellen page
enrico pitzianti
evan rachel wood
fabio de luigi
fantacalcio
fascismo
feddoni
ferilli
festa del cinema di roma
festival
festival del cinema di venezia
festival di cannes
festival di roma
festival di venezia
fiction
filesharing
film
film in sala
filmitalia
francis ford coppola
fruizione
fumetti
funny games
gay
germano
ghris bale
gomorra
gotico
guerra
haneke
heath ledger
heath ledgere
howard donald
howard hawks
identità
il belpaesw
il cavaliere oscuro
indiana jones
italia
iulm
jason reitman
joker
juno
la classe
la ragazza del lago
la ragazza del lago caos calmo m
lars von trier
le parole e la laguna
lgbt
live
lo cunto de lu mare
lo squalo
luca zingaretti
luomo che ama
lysbeth salander
marco carta
maria sole tognazzi
marisa tomei
mark wahlberg
marketing cinematografico
mastrandrea
mcfly hyperdunk
mediaset
mercato audiovisivo
michael pitt
micheluzzi
mickey rourke
millenium
monica bellucci
moretti cinema david di donatell
mourinho
mp3
musica
myspace
naomi watts
napoli
napolifilmfestival
natura
neorealismo
nike
noir
noomi rapace
nord est
norma rangeri
orrore
oscar
oscar 2009 milk
ozpetek
pablo benedetti
palma doro
paper soldier
parigi cannes 2008
pierfrancesco favino
politica
politica cinematografica
porto darte
potere
povia
precariato
premio brillante weblog 2008
ragione follia
rai
rai cinema
realitu show
recensione
recensioni
resistenza
ritorno al futuro
rondi
rosario dawson
sal da vinci
salvatores
sanguepazzo
sanremo 09
sardegna
scorsese
sean penn
second lifewhipart
servillo
sesso
sessualità
sette anime
sex and city
shyamalan
sinistra
sky crawlers
sorrentino
spielberg
squitieri
steven spielberg
stop motion
sut
take that
tax credits
tax shelter
televisione
the dark knight
the wrestler
tim burton
tim roth
trailer
travaglio
tullio kezich
tutta la vita davanti
tutto torna
tv
twain
uomini che odiano le donne
uomo
usa
vegas
venezia65
vincenzo buccheri
vinyan
violenza
virzì
volevo salutare
websurfer
will smith gabriele muccino
wrestling
wyler
youtube
zellweger
zemeckis

Contatore

visitato *loading*volte



BlogItalia.it - La directory italiana dei blog

Add to Technorati Favorites
Add to Technorati Favorites

DISCLAIMER

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato
senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001